Frequently Asked Questions

alessandro arcaro FAQIn questa sezione voglio riportare le domande che più frequentemente vengono poste in riferimento alle mie aree di attività. Cercherò di fornire risposte chiare ed esaurienti allo scopo di arricchire ulteriormente le informazioni di base che puoi già trovare rispettivamente in Dietologia e Trattamenti Laser oppure tra gli articoli del mio Blog.

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Faq Dietologia

La Dieta Proteica è pericolosa per la salute?

DIETA PROTEICALa Dieta Proteica quando basata su di un protocollo di qualità e sicurezza, validato da risultati sperimentali su un’ampia casistica, e prescritta e gestita per brevi periodi sotto controllo medico specialistico è sicura per la salute ed efficace in termini di risultati. Non deve essere intesa come un “modo di alimentarsi” ma come una vera e propria terapia, che è parte di un più articolato percorso dietetico che mira a promuovere e mantenere lo stato di salute della persona. All’opposto, se consideriamo invece la miriade di diete “commerciali” e “alla moda” che si basano semplicemente sul trucco di ridurre fortemente i carboidrati innalzando le quote proteiche, allora la risposta è assolutamente sì. Queste diete generalmente si prestano facilmente all’autoprescrizione e all’autogestione, acquistando i pasti sostitutivi in farmacia piuttosto che nei negozi di integratori, oppure vengono gestiti da figure professionali non qualificate. Non c’è pertanto un medico che preventivamente ne abbia posto l’indicazione e soprattutto abbia escluso eventuali controindicazioni e questo è già un primo potenziale pericolo. Sono regimi dietetici che promettono un rapido dimagrimento senza essere parte di un più articolato protocollo che prevede un percorso di educazione alimentare, poiché sono ideati essenzialmente per scopi commerciali e la salute della persona passa quindi in secondo piano. Spesso vengono condotti per periodi più o meno lunghi, fino a quando la persona, stanca di portare avanti un regime dietetico restrittivo, monotono e costoso, molla tutto e recupera rapidamente i chili persi e con gli interessi. Altri rischi per la salute sono dovuti al fatto che generalmente vengono assunte quantità eccessive e imprecise di proteine, magari anche per diversi mesi, attraverso integratori proteici con proteine a valore biologico mediocre o scarso e non è prevista né l’alcalinizzazione a dosi terapeutiche né una supplementazione di vitamine e minerali secondo le dosi giornaliere raccomandate. Si tratta di diete iperproteiche non solo in termini di percentuale delle calorie fornite dalle proteine, ma anche per la quantità eccessiva di proteine assunte giornalmente, con il rischio di far aumentare paradossalmente la massa grassa e, a lungo termine, appesantire reni e fegato.

Qual è la differenza tra “cellulite” e adiposità localizzata?

DIFFERENZA CELLULITE ADIPOSITA'La “cellulite”, o più correttamente panniculopatia edemato-fibro-sclerotica (P.E.F.S.), è a tutti gli effetti una malattia. E’ un processo degenerativo del tessuto adiposo sottocutaneo che riconosce alla base un’alterazione del microcircolo veno-linfatico. Ha tendenza ad evolvere e cronicizzare, determinando un aumento di volume a livello delle cosce, dei fianchi e dei glutei, meno frequentemente dell’addome. Colpisce quasi esclusivamente le donne (anche quelle magre!) per motivi anatomici. Nella donna infatti, i setti fibrosi (retinacula cutis) che connettono normalmente al derma il muscolo sottostante, attraversando il tessuto adiposo sottocutaneo, sono disposti in maniera verticale anziché tangenziale come nell’uomo: creano perciò una specie di “rete a maglia larga” che è poco contenitiva, favorendo perciò la visualizzazione di eventuali noduli sottostanti. A parte questa predisposizione legata al genere, importanti fattori causali sono rappresentati dalla familiarità (insufficienza veno-linfatica e fragilità capillare), dall’uso della pillola, da una dieta ricca di zuccheri semplici, grassi e sale, dal fumo e dal consumo di bevande alcoliche, dalla sedentarietà, dalla prolungata stazione eretta e dall’abbigliamento costrittivo. Si riconoscono 4 stadi evolutivi che partono da una condizione di lieve ritenzione idrica, passano per la pelle a buccia d’arancia, fino ad arrivare alla cute a materasso, non più reversibile. L’adiposità localizzata invece non è una malattia, piuttosto, secondo gli attuali canoni di bellezza, un “inestetismo”, che può tuttavia creare un grave disagio psicologico. Si tratta di un’anomala concentrazione distrettuale delle cellule adipose dovuta al loro aumento di numero e/o di volume. Riconosce alla base una forte predisposizione genetica-costituzionale e razziale, colpisce lo strato profondo del tessuto adiposo sottocutaneo ed è correlata a un alto livello di estrogeni e di insulina. Le tipiche aree di adiposità localizzata sono la zona attorno all’ombelico e sopra il pube, i fianchi, la zona gluteo-femorale, l’interno coscia, l’interno del ginocchio e i polpacci. E’ particolarmente resistente ai trattamenti dietetici ipocalorici tradizionali e all’attività fisica, e si giova invece di uno o più cicli di Dieta Proteica. A differenza della “cellulite”, il tessuto adiposo è sano, fisiologicamente esuberante in quelle sedi perché costituisce una riserva energetica messa lì da madre natura in vista della gravidanza e dell’allattamento. La cute sovrastante inoltre è perfettamente sana, liscia, senza fossette e nodulazioni, il colorito è normale, non c’è ritenzione idrica né tessuto fibrotico, non è dolente e la circolazione è normale. “Cellulite” e adiposità localizzata sono quindi due condizioni distinte che spesso coesistono e posso essere presenti anche in soggetti normopeso.

Quale tipo di attività fisica è più indicato per perdere peso?

Affinché un programma dietetico dimagrante risulti corretto ed efficace bisogna prevedere, accanto ad una riduzione delle calorie in entrata seguendo una dieta adeguatamente restrittiva, un aumento delle “uscite” attraverso un’attività fisica regolare e costante. Poiché l’obiettivo deve essere quello di perdere peso riducendo la massa grassa in eccesso mantenendo invece quella magra, dovremo agire bruciando esclusivamente i grassi. Questo – come noto – si ottiene con l’attività fisica di tipo “aerobico” (ad es. camminata a passo spedito,  jogging, corsa, bicicletta piuttosto che cyclette o tapis-roulant). Tuttavia è importante seguire alcune regole fondamentali per svolgerla correttamente. Innanzitutto l’attività cosiddetta “bruciagrassi” deve essere fatta a digiuno (idealmente al mattino), quando cioè sono minimi i livelli di zucchero circolante e costringere quindi l’organismo ad utilizzare i trigliceridi del tessuto adiposo di riserva. Sempre a tal scopo l’intensità della stessa dovrà essere moderata o bassa e la durata “lunga” (non inferiore cioè ai 30-40 minuti). All’opposto un’attività fisica particolarmente intensa e concentrata in pochi minuti richiede invece inevitabilmente zucchero pronto, cioè “benzina ad alto numero di ottani”, anziché grassi che sono appunto un “carburante più lento” come il diesel… Se questa fosse svolta a digiuno il glucosio sarebbe ricavato dalle proteine dei muscoli con conseguente perdita di massa muscolare: i chili andrebbero sì giù, ma bruciando muscolo e causando un grosso danno all’organismo! Nelle fasi successive – specie nel momento in cui, nonostante la costanza e l’impegno, dovesse verificarsi un fisiologico assestamento del peso – non dovremo trascurare il ruolo di un’attività fisica mirata anche a potenziare, oltre che tutelare, la massa nobile. Introducendo un allenamento con i pesi – da non svolgersi mai a digiuno! – favoriremo non solo la tonificazione, ma anche l’incremento della massa muscolare scheletrica che è la principale responsabile delle calorie consumate a riposo. Innalzando così il metabolismo basale, sarà possibile continuare a perdere il grasso in eccesso (e più in là a mantenere nel tempo il peso forma) semplicemente perché consumiamo di più per vivere. Le variazioni della composizione corporea che si verificano in risposta al programma dietetico potranno essere periodicamente monitorate eseguendo l’analisi computerizzata mediante la bioimpedenziometria.

Cos’è la gluten sensitivity o sensibilità al glutine?

GLUTEN SENSITIVITYLa gluten sensitivity o sensibilità al glutine non allergica non celiaca è una reazione al glutine i cui meccanismi non sono ancora del tutto chiari. I sintomi sono simili a quelli della sindrome del colon irritabile (dolori addominali, diarrea, astenia, disturbi del tono dell’umore, emicrania, ecc.) e addirittura del tutto sovrapponibili a quelli della celiachia e dell’allergia al grano, pur non essendo rispettivamente né una malattia autoimmune con danno alla mucosa intestinale e rischio di complicanze, né un’allergia alimentare con produzione di specifici anticorpi (IgE). Poiché non è ancora stato individuato un marcatore specifico per tale condizione, si giunge alla diagnosi per esclusione. Per capire cioè se si soffre di sensibilità al glutine la prova da fare (sotto controllo medico e solo dopo aver escluso le suddette malattie) consiste nell’eliminare per un breve periodo e reintrodurre successivamente il glutine con gli alimenti: se i sintomi scompaiono quando con la dieta non si assume glutine e ricompaiono a seguito della sua reintroduzione, allora è molto probabile che si tratti di una gluten sensitivity. Molte persone che soffrono di questo disturbo, dopo un breve periodo di esclusione del glutine dalla loro abituale alimentazione, riferiscono un’importante attenuazione o una totale scomparsa dei sintomi, fino al recupero di uno stato di benessere generale. A tal proposito è bene precisare che la dieta totalmente aglutinata, rigorosa e da condursi a vita, è SOLO per i soggetti celiaci o allergici al grano! Nel caso della sensibilità al glutine allora non bisognerà togliere per sempre il glutine, pena il rischio di sviluppare carenze di nutrienti, vitamine in primis, piuttosto individuare la propria “minima dose tollerabile” con prove alimentari.

Sono davvero utili i “test delle intolleranze alimentari”?

TEST INTOLLERANZE ALIMENTARIOggi più che mai tutto sembra far male a priori: glutine, latte, carne, zucchero, formaggi. Di fronte a un problema di salute molti si convincono che potrebbero essere “intolleranti a qualcosa”, forse perché risulta più comodo dare la colpa dei propri malesseri a una causa esterna piuttosto che cambiare radicalmente il proprio stile di vita. Molto spesso, infatti, chi si definisce intollerante non ha un buon stile di vita: sovrappeso, sedentarietà, ansia, stress, depressione, fumo e abuso di alcolici. I test delle intolleranze alimentari, pur essendo alquanto costosi, continuano ad avere un grande successo in quanto sono “venduti bene” da chi li propone, si possono fare senza prescrizione medica e soprattutto offrono appunto una risposta veloce ai propri malesseri, che saranno risolvibili (apparentemente) in maniera sbrigativa eliminando uno o più cibi incriminati. In genere si risulta quasi sempre intolleranti al frumento, ai lieviti, al lattosio e al nichel (non esiste l‘intolleranza al nichel, ma l’allergia al nichel!). Questo porta la persona ad eliminare per un certo periodo molti alimenti, magari ottenendo anche un iniziale miglioramento dei sintomi (eliminando i farinacei e i latticini automaticamente ci si sente più “sgonfi” e magari si perde qualche chilo), ma una dieta di questo tipo non può certo essere sostenibile a lungo termine, presto ricompaiono i disturbi e si torna ad essere più preoccupati e confusi di prima. Inoltre, il più delle volte questi test tendono a dare un esito “falso positivo”: attestando cioè una reazione che di fatto è inesistente, condizionano le persone ad escludere senza motivo (potenzialmente anche per tutta la vita!) certi tipi di alimenti. In conclusione i test delle intolleranze alimentari non sono  attendibili e pertanto non sono consigliabili. Allo stato attuale, non essendo ancora stati messi a punto test specifici validati scientificamente, fatta eccezione per il breath test per il lattosio, la diagnosi di intolleranza alimentare si fa per esclusione (ad esempio dopo che i test cutanei per le allergie siano risultati negativi). Come sempre, di fronte a un problema di salute, meglio rivolgersi a un medico esperto per una valutazione completa e approfondita e giungere a una diagnosi corretta.

Cosa sono precisamente massa magra e massa grassa?

La massa grassa (FM, Fat Mass) è la quantità totale di lipidi presente nel corpo ed è data dalla somma del grasso “essenziale” (che ha funzione di protezione degli organi interni, è presente nel midollo osseo, nelle mammelle e in altri tessuti e non deve essere assolutamente intaccato in quanto fondamentale per mantenere lo stato di salute) e del grasso “di deposito” (il tessuto adiposo, sottocutaneo e viscerale, contenente i trigliceridi di riserva energetica). La massa magra (LBM, Lean Body Mass) è tutto ciò che resta dell’organismo dopo averne sottratto il grasso “di deposito” ed è costituita quindi dall’acqua corporea totale (dentro e fuori le cellule), muscoli, ossa, denti, organi interni, ecc., ma anche dal grasso “essenziale”. La massa magra propriamente detta (LBM) deve perciò essere distinta dalla cosiddetta massa libera da grasso (FFM, Fat-Free Mass) che rappresenta infatti ciò che rimane sottraendo dal peso corporeo tutta la sua sua componente lipidica, compreso appunto il grasso “essenziale”. La massa libera da grasso contiene approssimativamente il 73% di acqua, il 20% di proteine, il 6% di minerali e l’1% di glicogeno. La massa muscolare ne è la componente principale e influenza notevolmente il metabolismo. Infatti mentre la massa grassa contribuisce soltanto al 5% dei consumi energetici a riposo, la massa magra ne è responsabile per il 95%. In definitiva, quanti più muscoli abbiamo, tante più calorie consumiamo nel corso della giornata per vivere, indipendentemente dall’età, dalla funzionalità della tiroide e dal livello di attività fisica. Ecco spiegato il motivo per cui se si vuole dimagrire in maniera efficace e corretta (e mantenere nel tempo i risultati raggiunti!), il ruolo dell’attività fisica è inscindibile da quello di una dieta adeguata in quanto, oltre a far bruciare calorie, protegge e favorisce l’incremento della massa magra, che è costituita appunto in gran parte dal muscolo scheletrico. Tutti questi parametri possono essere facilmente rilevati in ogni momento attraverso l’analisi della composizione corporea mediante la bioimpedenziometria.

Qual è la differenza tra Fitoterapia e Omeopatia?

fitoterapia alessandro arcaroLa Fitoterapia impiega a scopo preventivo e terapeutico sostanze di origine vegetale i cui principi attivi sono sempre in concentrazioni dosabili e precise (come cioè per i classici farmaci “allopatici”), mentre l’Omeopatia utilizza diverse sostanze (non solo derivate da piante) a dosi infinitesimali, cioè talmente diluite in acqua da risultare alla fine praticamente assenti. Per rendere l’idea, già alla trentesima diluizione centesimale (30 CH) la concentrazione di un farmaco omeopatico è pari a quella che si otterrebbe sciogliendone 1 grammo in una quantità di liquido pari a circa 700 milioni di miliardi di volte il volume del Sole, fino ad arrivare a preparazioni il cui principio attivo viene addirittura diluito 7 volte tanto (200 CH)! Gli omeopati giustificano l’azione di una sostanza che di fatto non è più presente in soluzione, sostenendo che l’acqua in cui è stata disciolta ne conserverebbe la “memoria” a seguito delle agitazioni (dinamizzazioni) eseguite in corso di preparazione. In base a queste teorie, che non sono scientificamente dimostrabili e che quindi devono essere accettate attraverso un atto di fede, l’Omeopatia è una medicina “alternativa” che si contrappone a quella basata sulle evidenze scientifiche. La Fitoterapia invece è una forma di medicina “non convenzionale” che completa in maniera sinergica i metodi di cura tradizionali. Non dimentichiamo che l’utilizzo terapeutico delle piante medicinali è stata la prima forma di medicina utilizzata dall’uomo in diverse culture, da cui si svilupperà poi la moderna farmacologia, e anzi dovrebbe essere considerata “la più tradizionale delle medicine tradizionali”. Bisogna tuttavia precisare che i rimedi fitoterapici (che per azione e meccanismo d’azione sono a tutti gli effetti dei veri e propri farmaci anche se, dal punto di vista legislativo, sono classificati come integratori) possono essere impiegati come regola generale nella prevenzione e nella cura di numerose condizioni patologiche con una tanto maggior efficacia quanto minore è la loro gravità. Per quanto riguarda l’Omeopatia invece, senza polemica alcuna, ad oggi non è mai stato dimostrato che una determinata patologia sia stata sicuramente guarita da questa: eventuali miglioramenti, così come avviene per coloro che assumono i “fiori di Bach”, vengono solo riferiti soggettivamente per disturbi che in genere sono molto lievi e per loro natura tenderebbero a regredire spontaneamente anche in assenza di intervento, oppure tendono a ricomparire in maniera ciclica. Queste condizioni riconoscono il più delle volte una base psico-somatica, dove non a caso l’effetto placebo, per autosuggestione e suggestione legata al carisma del terapeuta, ha indubbiamente un ruolo chiave.

Faq Trattamenti Laser

Qual è il periodo ideale per sottoporsi all’epilazione con il laser?

PERIODO EPILAZIONEL’intervento di epilazione permanente può essere effettuato, in linea teorica, in ogni momento dell’anno, a condizione che vengano rispettate tutte le raccomandazioni che vengono date dal medico prima e dopo il trattamento. Tuttavia è sconsigliato nei mesi estivi, così come del resto per la stragrande maggioranza degli interventi in medicina estetica. In previsione di essere “puliti” e mettere il costume a giugno, il momento ideale per iniziare le sedute di epilazione laser assistita è sicuramente ai primi di ottobre, perché mediamente sono necessarie dalla 4 alle 8 sedute (con le dovute eccezioni legate al “patrimonio pilifero” individuale!) per ottenere una riduzione stabile dei peli terminali e dove peraltro faciliteremo il lavoro del laser che agisce per contrasto, poiché si presume che l’abbronzatura abbia già cominciato a svanire.

Qual è la differenza tra l’epilazione laser effettuata in ambito medico estetico rispetto a quella eseguibile nei centri estetici?

Allo stato attuale i centri estetici possono utilizzare per l’epilazione luci pulsate (IPL) e laser a diodi “depotenziati” e “defocalizzati” cioè, rispetto alle apparecchiature elettromedicali destinate ad esclusivo uso medico, quelle utilizzabili dall’estetista vengono appositamente progettate e costruite con caratteristiche e parametri (lunghezza d’onda della luce, densità di energia erogata, durata dell’impulso, ecc.) che per motivi di sicurezza rendono di fatto il trattamento più “soft”. Tuttavia, pur essendo trattamenti più mitigati rispetto all’epilazione laser medica-assistita, non si può prescindere anche qui dalla serietà e dall’esperienza pratica dell’operatore, pena il rischio di non ottenere i risultati desiderati o, peggio, procurare ustioni ed esiti permanenti! Il laser ad esclusivo uso medico ad Alessandrite (e il Neodimio-Yag, ideale per le carnagioni più scure) è quello che indubbiamente garantisce la massima efficacia in termini di riduzione stabile dei peli terminali, il minor rischio di effetti indesiderati (che in mani esperte non dovrebbero mai verificarsi) e soprattutto il minor numero di sedute. I trattamenti laser eseguiti nei centri estetici sono certamente più economici (se si considera il costo di una singola seduta), ma bisogna innanzitutto considerare che vengono effettuati con apparecchiature meno costose e sofisticate e da personale non medico (che, formazione e qualifica a parte, non può diagnosticare eventuali patologie sottostanti espresse ad esempio da una condizione di irsutismo e non solo…). Ciò premesso, questi “soft” laser, per quanto eseguiti da estetisti seri e competenti, non porteranno mai ai risultati finali ottenibili con un’epilazione progressivamente permanente fatta da un medico esperto e dotato delle migliori apparecchiature dedicate. In altri termini i laser “non medici”, per i limiti intrinseci dati dal loro depotenziamento, più che distruggere definitivamente il bulbo tendono a “tramortirlo”, prolungando quella che è la normale durata del ciclo vitale del pelo. Pertanto, anche se nei centri estetici i costi a seduta sono in genere inferiori, i conti andrebbero sempre fatti alla fine, perché a parità di risultato ottenibile (sempre che questo sia raggiungibile) con i “soft” laser sarà inevitabilmente richiesto un maggior numero di sedute.

Quante sedute sono necessarie per cancellare un tatuaggio?

SEDUTE TATTOOLe tempistiche per eliminare un tatuaggio dipendono essenzialmente dalle dimensioni del disegno, dal tipo di pigmento e dal grado di assorbimento del colore. In media, ogni singolo trattamento laser dura 10-20 minuti, ma sono necessarie da un minimo di 4 sino a 6-8 sedute (od oltre per tatuaggi più complessi) per ottenere i risultati desiderati. Bisogna inoltre ricordare che tra un trattamento e l’altro è necessario aspettare circa un mese. E’ comunque possibile predire con un elevato livello di precisione il numero di sedute necessarie per cancellare un tatuaggio facendo riferimento alla scala Kirbi-Desai, ideata del dott. Tattoff di Beverly Hills, che tiene conto di diversi parametri: fototipo cutaneo, sede anatomica del tatuaggio, colori e densità di pigmento, predisposizione a cheloidi o cicatrici ipertrofiche, eventuale sovrapposizione di tatuaggi. Se il punteggio ottenuto è superiore a 15 si sconsiglia il trattamento. Idealmente si ottengono i risultati migliori per tatuaggi monocromatici, non sovrapposti ad altri precedentemente eseguiti, di colore nero o blu scuro, su pelli molto chiare (perché il laser lavora “per contrasto”) e che tendono a guarire senza esiti cicatriziali, eseguiti da almeno 1 anno e non sulle estremità distali (mani e piedi). Generalmente i tatuaggi fatti da dilettanti si eliminano più facilmente rispetto a quelli eseguiti da tatuatori professionisti.  E’ bene inoltre che trascorrano almeno 2-3 mesi dall’esecuzione del tatuaggio prima di iniziare a cancellarlo.

In cosa consiste la seduta per rimuovere un tatuaggio?

SEDUTA TATTOOLa seduta viene sempre preceduta da un’attenta valutazione medica in cui riceverai tutte le informazioni dovute ed eventualmente richieste e si acquisisce per iscritto il consenso al trattamento. L’area della pelle da trattare viene prima disinfettata, quindi la luce del laser verrà indirizzata, senza sovrapporre i “colpi”, su tutto il disegno del tatuaggio. L’effetto del raggio laser si focalizza solo sui pigmenti colorati, senza intaccare le zone circostanti. La sensazione che potrai avvertire è quella di calore e/o dolore, generalmente ben tollerati, tuttavia per i soggetti più sensibili è possibile applicare una pomata anestetica circa 40 minuti prima del trattamento e comunque, durante il trattamento, il medico avrà la cura di raffreddare per brevi intervalli la zona da trattare con impacchi di ghiaccio. Ti verrà infine eseguita una medicazione con un unguento antibiotico e garza sterile e ti verranno ricordate tutte le raccomandazioni da seguire fino alla seduta successiva.

Cancellare un tatuaggio può causare la formazione di cicatrici?

CICATRICI TATTOOAl giorno d’oggi la rimozione di un tatuaggio, quando eseguita da un medico esperto e che impiega i migliori dispositivi laser Q-switched, non può né deve mai dare esiti cicatriziali, sempre che il soggetto non sia geneticamente predisposto a sviluppare cicatrici ipertrofiche o cheloidi. Tuttavia bisogna informare preventivamente la persona che una possibile comparsa di cicatrici potrebbe manifestarsi non tanto per effetto diretto del laser, ma venire alla luce come conseguenza di quella che invece è stata a suo tempo la tecnica di esecuzione del tattoo, specie se sono stati utilizzati strumenti grossolani, grosse punte, aghi traumatici o il tatuatore non era un professionista esperto. In altri termini, eventuali segni cicatriziali potrebbero già essere presenti sotto il tatuaggio, ma non essere ancora visibili perché nascosti dal disegno. Bisogna inoltre diffidare di chi, non disponendo dei laser Q-switched, propone di rimuovere il tatuaggio con laser chirurgici (ad esempio CO2 o Erbium) che, agendo per vaporizzazione della cute, sono ad altissimo rischio di esiti cicatriziali e trovano invece indicazioni elettive per altri scopi. Se la formazione di cicatrici allora è un evento non correlabile a una corretta applicazione del laser, bisogna sempre informare i soggetti di carnagione olivastra o nera che cancellare un tatuaggio li espone a un maggior rischio di andare incontro a possibili alterazioni della pigmentazione cutanea dopo il trattamento. Infine è corretto informare preventivamente tutti che, anche se la rimozione di un tatuaggio verrà eseguita con le migliori e più sofisticate apparecchiature disponibili, è possibile che in corrispondenza del disegno rimosso residui una specie di ombra detta in gergo «fantasma del tatuaggio», che potrà permanere per alcuni anni o rimanere per sempre.

A cosa è dovuto l’invecchiamento della pelle?

INVECCHIAMENTO PELLEL’invecchiamento cutaneo ha fisiologicamente inizio nel momento in cui la pelle ha raggiunto la sua piena maturità morfologica e funzionale e cioè intorno ai 18 anni, anche se fortunatamente i suoi segni non sono ancora percettibili. Possiamo distinguere un invecchiamento “intrinseco”, legato alla genetica individuale e quindi non modificabile (es: biotipo cutaneo, microcircolo, ecc.) e un invecchiamento “estrinseco”, che dipende essenzialmente dal nostro stile di vita, incide per almeno il 60% e qui invece possiamo facilmente intervenire, evitando cioè l’esposizione selvaggia ai raggi solari, il fumo, lo stress, una cattiva alimentazione, un cattivo sonno, i farmaci. Tutti questi fattori portano alla formazione di radicali liberi in quantità così elevata che i normali meccanismi di difesa anti-ossidanti non riescono a neutralizzare lo stress ossidativo. Dopo i 25 anni la pelle comincia già a diventare più sottile, più fragile e a perdere in luminosità. Intorno ai 30 anni cominciano a evidenziarsi sul viso le linee di espressione (dovute essenzialmente ai movimenti mimici del volto e che impropriamente vengono chiamate “rughe”). Nel tempo queste linee si accentueranno progressivamente senza tuttavia aumentare in numero, ma solo in profondità. Intorno ai 40 anni compaiono le rughe propriamente dette, che sono il primo vero segno di invecchiamento. Poiché non esiste una definizione scientifica di rughe, queste le potremmo definire, in maniera poetica, come tutto ciò che differisce dalla cute distesa e liscia che accompagna armoniosamente le curvature del corpo di un neonato. Sono appunto dovute a un danno profondo del derma per i fenomeni di invecchiamento. Anche le macchie scure della pelle (lentigo senili o solari) sono un chiaro segno di invecchiamento cutaneo. L’invecchiamento non può essere arrestato, tuttavia oggi molto possiamo fare per rallentarlo, in primis attraverso un atteggiamento salutistico globale (una sana e corretta alimentazione, la protezione dai raggi UV e l’abolizione del fumo) e magari aiutandoci, senza stravolgere i lineamenti e quindi l’identità della persona, con il fotoringiovanimento cutaneo con le tecniche laser.